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Le Risorse
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Il Centro Storico
Il Centro Storico, pur con le notevoli modifiche e ristrutturazioni al suo interno, ha conservato la sua struttura medioevale originaria. Comprende il primo nucleo abitativo di Latronico, articolato a ventaglio intorno al “castello Baronale” – di cui oggi non rimane alcuna traccia- e alla Chiesa di San Nicola. Tale nucleo urbano è caratterizzato da una architettura povera, le case sono addossate l’una alle altre a guisa di anfitearo, senza alcun ordine o simmetria. Le strade sono tortuose e strette e solo una, Via Dante Alighieri, attraversa il centro storico per l’intera lunghezza, partendo da Piazza Umberto I alla Chiesa Madre di S.Egidio. Su via Dante si affacciano quelli che erano un tempo i più bei palazzi di Latronico, con i loro portali in pietra lavorata o in marmo del Monte Alpi. Essi sono: quello di via Dante 96, Palazzo Arcieri, con stemma, volute e una rostra in ferro battuto; quello di via Dante 124, ex casa Maturi, con fregi floreali e animalistici; quello di via Dante 191/193, ex palazzo gesuitico (impropriamente detto ducale), che ha perso ogni connotazione storica in seguito a varie ristrutturazioni, ma che conserva ancora un originale portale in pietra locale, artisticamente lavorato, con un fregio floreale e la data 1748 scolpiti in basso rilieco nella chiave di volta. In via Dante, e tra i vicoli del centro storico, è possibile imbattersi in altri edifici arricchiti da portali in pietra, opera di scalpellini locali appartenenti ad una tradizione artigianale che raggiungeva, per la fattura di alcuni pezzi, il valore di un vero e proprio artigianato artistico.
Chiese e monumenti
A Latronico la Basilica Pontificia Minore è dedicata al protettore e Patrono S. Egidio Abate. Essa fu ampliata sui resti di una struttura già esistente. La data probabile di tale ampliamento è il 1570, quando fu scolpita una statua del Santo di marmo locale ed a Lui fu dedicata la Chiesa. Come e quando questo culto sia stato introdotto in Latronico e perché questo Santo sia stato designato Patrono, non è possibile stabilire. Molte le ipotesi avanzate: secondo alcuni il culto sarebbe stato introdotto dai Francesi (Sant’Egidio ha vissuto buona parte della sua vita in Francia, e lì sarebbe morto dopo aver vissuto parte della sua vita come eremita, parte come Abate), secondo altri dai monaci basiliani. La Chiesa crollò in parte a causa dei terremoti del 1837 e del 1857; la ricostruzione fu ultimata nel 1859. L’effetto dei terremoti è, forse, alla base della costruzione come si presenta oggi: bassa e con possenti colonne. L’interno presenta due navate laterali: nel corridoio della Vergine del S. Rosario (navata di destra) si trovano il cappellone di S. Emidio ed il fonte battesimale; nella navata laterale sinistra si estende il cappellone di S. Egidio. Nel mezzo di una delle due volte del cappellone di S. Emidio, durante i restauri del 1992, è nato un affresco che sembra cosa unica. Esso, infatti, raffigura una scena tratta dal Cantico dei Cantici: una donna seduta che dorme, con accanto un uomo stante che intima ad un gruppo di donne di fare silenzio. Fa da sfondo un paesaggio arabeggiante e la scritta adiuro vos ne suscitetis dilectam (vi prego di non svegliare la diletta). Raramente in una Chiesa si trova una scena pittorica tratta dal Cantico dei Cantici; questo è un testo piuttosto singolare nella Bibbia, perché nonostante celebri l’amore umano, che ha in ogni modo una sua sacralità, anche se spesso degradato e profanato, la Chiesa ed i sacerdoti hanno sempre cercato, almeno per il passato, di evitare riferimenti sia testuali che pittorici ad esso. Non si conosce l’anno in cui l’affresco fu realizzato, né l’autore, né quando e perché fosse stato coperto.
Sei arcate, sostenute da altrettante colonne sormontate da capitelli di stile dorico, formano la navata centrale, che è il doppio delle laterali e che si spinge fino al coro. Il presbiterio si eleva di un gradino sul resto dell’edificio e presenta l’altare maggiore a forma di parallelepipedo rettangolare, che ha come pannello una tavola di bronzo cesellata che rappresenta il Cenacolo. Ai lati dell’altare è situato il coro in legno pregiato, artisticamente lavorato per mano dei f.lli Rossi.
La volta, a mezza botte, è divisa in quadrilateri bordati da cornici di stucco, in mezzo alle quali si trova, in corrispondenza delle singole arcate, un affresco con scene del Vecchio Testamento, opera del pittore Sebastiano Paradiso.
L’unico altare di pregio è quello dedicato al Protettore. Costruito nel 1833 con marmo locale ed adornato nel 1969 con marmo speciale. Sulla parete destra della cappella c’è un affresco raffigurante l’incontro di Sant’Egidio con il re Goto Wamba, che durante una battuta di caccia in un bosco della Gallia, ferisce una cerva che fugge impaurita. Il re con i suoi uomini insegue l’animale, che li conduce in una spelonca dove trovano appunto l’eremita Egidio, a cui la cerva garantiva nutrimento con il suo latte. Sotto l’affresco si leggono due iscrizioni: una pertinente alla scena raffigurata, l’altra riguardante il “segno” della Santa Manna. Questo avvenimento conta ormai tre secoli di storia. Infatti fu nel 1709, durante le prediche quaresimali, che nella cappella dedicata al Santo furono notate goccioline di un liquido insolito che scaturiva dal muro e dalla statua del Santo. Le autorità ecclesiastiche non diedero importanza al fatto, che sembrava essere stato causato dal fiato delle persone che affollavano la Chiesa. Il popolo si accorse che qualcosa di speciale invece era accaduto, anche perché il fenomeno si ripresentò negli anni successivi, con diverse condizioni atmosferiche e sempre durante la Quaresima, in particolare nei venerdì di Marzo. L’autorità ecclesiastica avrebbe continuato a dare poca importanza al fatto se il 18 Aprile 1716 il prodigio non si fosse presentato in forma eccezionale. Era la sera del mercoledì Santo, il popolo gremiva la chiesa ed ascoltava con raccoglimento la predica; ma proprio in questo frangente il popolo si agita e tutti scoppiano in pianto: dalla barba della statua marmorea del Santo stillava quel misterioso liquido che per sette anni consecutivi era stato notato ed in breve tempo tutto l’edificio sacro ne fu pieno. Fu subito informato il Vescovo, che si reca a Latronico per costatare di persona quanto riferitogli, e raccoglie quella che ormai il popolo chiama “Santa Manna”. Nel 1723 all’Ordinario diocesano è fatto il rapporto ufficiale e nel 1727 egli stesso ne riferisce alla Sacra Congregazione dei Riti, avvalorando il miracolo con la propria testimonianza oculare. Furono “esaminati” tutti i notabili del paese ed il predicatore alla cui presenza il prodigio si era verificato la prima volta. Il processo si concluse nel Marzo di quello stesso anno e nel febbraio del 1728 si ottiene il “Licet Colligere Manna Quoties Casus Evenerit” (è lecito raccogliere la Manna ogni volta che il fatto avviene). Analisi della Manna sono state effettuate nel 1968/69: dai risultati è emerso che si tratta di un liquido inodore e insapore, che con il passare del tempo assume il colore dell’ambra. Ancora oggi la Manna, segno concesso ai latronichesi da Dio per intercessione di Sant’Egidio, è vissuto con interesse, partecipazione, fede e devozione; esso è ritenuto segno propizio della protezione del Santo. Dall’epoca della sua prima comparsa il segno della Manna, secondo la memoria orale, non si è mai smentito, tuttavia nel XX secolo non si è verificato negli anni 1918 e 1944, anni delle due Guerre Mondiali, nel 1961 e nel 1990; nel 1960 la Manna è stata notata al di fuori dei venerdì di Marzo, alla sola presenza del Parroco, a dimostrazione che non c’è bisogno di una Chiesa piena di gente.
Nella cripta della chiesa, costruita nel 1997, si conserva la statua d’argento di Sant’Egidio, che il 1° settembre è portata solennemente in processione in occasione della festa in Suo onore, opera di Vincenzo Giura e fatta fondere nel 1892 tramite una sottoscrizione popolare, adibendo i voti d’oro che erano stati donati al Santo; sempre nella cripta è custodito il reliquiario in oro massiccio, realizzato interamente a mano con procedimento a sbalzo, da un famoso artista di Napoli, cav. G. Araneo. Il prezioso ostensorio contiene un pezzo di osso del braccio del Santo, consegnato nel 1966 in una cassetta di legno contrassegnata da sei sigilli di ceralacca dell’Arcivescovo di Tolosa, dove si trova il corpo di Sant’Egidio.
Notevole è anche una croce astile ad albero, in argento. Essa mostra tralci intorno ai bracci e teste di angeli alle estremità dei due minori. Il braccio verticale è sormontato da un nido con il Pellicano, collegato al significato attribuito alla croce ad albero (riferimento all’arbor vitae). Sul davanti è posto il Cristo, sul verso S. Egidio; questa croce è una microscultura, modellata da un orafo abilissimo o da uno scultore.
Da annoverare ancora un quadro raffigurante S. Alfonso Maria De’ Liguori, risalente al XIX secolo, e le due acquasantiere poste sulle prime due colonne della navata centrale, realizzate in marmo di Latronico nel 1859 da scalpellini locali.
La Chiesa dedicata a S. Nicola di Mira, Patrono del paese prima che fosse introdotto il culto di S. Egidio, domina l’abitato e costituisce uno degli edifici più caratteristici. L’esterno, una volta in semplice muratura, è stato intonacato in seguito ad un recente restauro e presenta un caratteristico porticato. Si tratta di un edificio a navata unica con torre campanaria quadrata; all’interno l’altare maggiore è su un piano rialzato rispetto alla platea ed è arricchito dal quadro della Madonna della Pietà.
La Chiesa di Santa Maria delle Grazie sorgeva, fino al 1927- 28, al centro dell’attuale Piazza Umberto I (“Colla”). Fu demolita per allargare la piazza e fu ricostruita alla base del Rione “Munisterio” (così chiamato perché si afferma che lì esistesse, tra il XVI ed il XVII secolo un antico cenobio di Padri Minori Osservanti), dove già esisteva la chiesa della SS. Concezione o del Crocifisso. L’edificio è a navata unica, con torre campanaria quadrata; l’altare con l’affresco del Crocifisso risale al XVIII secolo.
Alle spalle della chiesa di S. Egidio si trova un’antica stele eretta nel 1862; sul tronco di pietra è incisa una meridiana ed è riportata la frase “Ora ne te rapiat hora” (prega affinché non ti sorprenda l’ora).
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