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Risorse Archeologiche

Il pesce fossile
Sopra la contrada "Iannazzo", sotto una cava di pietra, a 980 m. di quota, su una grossa lastra di pietra, è stato rinvenuto il fossile di un pesce. Esso misura 23,5 cm. dal rostro alle pinne caudali, 95 cm . dalla pinna dorsale a quella ventrale. Il rostro misura 30 cm.
Il fossile è stato segnalato per la prima volta nel 1982 tramite comunicazione verbale e nel 1992 da Taddei e Siano; risale a 30 milioni di anni fa e costituisce una preziosa testimonianza di ambiente marino miocenico particolare.
Per alcuni anni è stato ritenuto un esemplare della famiglia dei pescespada, risalente al periodo del Miocene (25- 30 milioni di anni fa); ora gli studiosi sono concordi nel ritenere che si tratti di un Istioforide del genere Makaira, noto ai pescatori sportivi con il nome di Marlin, lo stesso tipo di quello reso famoso da Hemingway nella sua opera "Il vecchio e il mare". Al pesce fossile si arriva per la SS 104 e la comunale Toduro.
Le grotte di Calda
Le grotte situate in località "Calda" costituiscono una testimonianza fondamentale per lo studio della preistoria dell'Italia Meridionale, in particolare nel periodo compreso tra l'8.000 a. C. (Mesolitico) ed il 1300 a. C. (Età del Bronzo).Le prime indagini nelle grotte furono effettuate da Vittorio Di Cicco, allora Direttore del Museo di Potenza, nel 1912-13. I risultati furono pubblicati nel 1916 da parte di U. Rellini, eminente paletnologo dell'epoca e questa pubblicazione costituisce ancora oggi un caposaldo per la conoscenza della preistoria nell'Italia Meridionale.
Lo scavo del Di Cicco interessò soprattutto la grotta più grande, dove la ceramica era così abbondante da sembrare, secondo la definizione del Rellini "una lettiera di cocci". L'interpretazione che venne data di queste grotte è che esse siano state usate come depositi votivi collegati al culto delle acque, abbondanti in questo sito. Al di sotto di questa grotta sono state rinvenute alcune grotticelle sepolcrali, contenenti corredo appartenente alla civiltà del Gaudo (Campania), a testimonianza del fatto che la produzione ceramica aveva già determinati percorsi commerciali.
Gli scavi furono poi interrotti fino al 1972, quando le campagne ripresero sistematicamente ad opera di G. Cremonesi e dell'Università di Lecce e di Pisa; sono state indagate anche le altre grotte vicine, nel frattempo sconvolte dalla costruzione della strada Provinciale 57.
La grotta grande è stata "ribattezzata" L1. Il metodo di scavo moderno, che segue, mutuando la geologia, le sequenze stratigrafiche, ha permesso di datare il materiale rinvenuto in maniera più precisa, mentre lo scavo precedente era consistito in un vero e proprio "smembramento" alla ricerca solo del "bel materiale". Questo nuovo metodo stratigrafico ha permesso di portare alla luce resti faunistici, di pasto e materiale ceramico che hanno dato la certezza del fatto che tutto il complesso avesse avuto la funzione anche di abitazione. Il materiale risale al Neolitico finale (cultura di Diana), prima età dei Metalli (culture di Laterza e del Gaudo), età del Bronzo (civiltà Appenninica). La grotta L2, immediatamente a valle della L1, originariamente doveva avere dimensioni maggiori. Oggi appare costituita da una sala subcircolare, a destra della quale si apre un ampio cunicolo. I livelli indagati hanno restituito abbondanti materiali risalenti all'età del Bronzo. La grotta L3 è quella situata più a monte del complesso e si presenta attualmente come un deposito antropico sezionato dalla strada provinciale 57 ed addossato ad una scarpata rocciosa; questo è quanto resta del fondo di una cavità notevolmente profonda ed estesa, ridotta da una serie di crolli. È stata la prima cavità ad essere frequentata dall'uomo: un lembo scampato allo sventramento operato nelle prime campagne di scavo ha restituito materiale risalente al Mesolitico (8.000 a. C.) e finora è l'unico sito della Basilicata ad aver restituito materiale così antico. La grotta L4 è stata descritta dal Rellini come "molto bella per le intatte formazioni calcistiche che presentava al suo interno, ma sterile". La grotta L5 è un lembo di deposito addossato ad uno dei grossi massi situati di fronte alla grotta L3.
Colle dei Greci
L'altura di Colle dei Greci, situata tra Latronico ed Episcopia, è particolarmente importante dal punto di vista topografico, in quanto occupa una posizione strategica per il controllo del territorio circostante.
Essa è stata oggetto di campagne di scavo purtroppo non sistematiche, per cui lo stato di preliminarietà delle ricerche non permette di fare un discorso completo su quello che poteva essere l'assetto di questo sito nell'antichità. Le indagini hanno messo in luce soltanto aree di necropoli, databili al VII - VI sec. a. C., per ora non sono state rinvenute tracce di abitato a cui le necropoli erano pertinenti.
Tuttavia da quanto emerso si evince che l'area fosse occupata da gruppi indigeni di stirpe Enotria, già influenzati dalla cultura greca delle colonie d'Occidente e dagli Etruschi che avevano occupato la Campania. Infatti nelle tombe, tutte a fossa terragna, sono presenti oltre a materiali indigeni, vasi di imitazione ed importazione greca, pertinenti alla pratica tipicamente greca del simposio, cui si accompagnava il consumo di carni arrostite, testimoniate dalla presenza di oggetti di bronzo come spiedi, alari ecc… Non mancano manufatti legati alla pratica della pastorizia (mestoli, colini, grattugie) ed i tipicamente etruschi bacili "ad orlo perlinato".
Questi prodotti giungono tramite le vie di comunicazione fluviali (a quell'epoca i fiumi, quindi il Sinni, erano navigabili) e terrestri tracciate anche oggi: la fondovalle Sinnica e la strada interna che giunge dal Vallo di Diano.