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Progetto per la riqualificazione del territorio e del centro storico del comune di Latronico.

Museo delle arti, dei mestieri e della civiltà contadina di Latronico.

Attività commerciali ed artigianali presenti sul territorio.

Associazioni culturali e ricreative presenti sul territorio.

Nella storia della cultura materiale a Latronico quella del merletto e del ricamo occupa un posto importante.

Le acque minerali di Calda portano le loro qualità salutari nella cura di numerose patologie.

Il Centro Storico

Il Centro storico, pur con notevoli modifiche e ristrutturazioni al suo interno, ha mantenuto la struttura originaria e costituisce un elemento caratterizzante del paesaggio. Comprende il primo nucleo abitativo di Latronico articolato e ventagliato intorno al "castello baronale" di cui oggi non rimane alcuna traccia, e alla Chiesa di San Nicola. Tale nucleo urbano è caratterizzato da una architettura povera, le case sono addossate l'una alle altre a guisa di anfiteatro senza alcun ordine o simmetria. Le strade sono tortuose e strette e solo una, via Dante Alighieri, attraversa il centro storico per l'intera lunghezza, partendo da Piazza Umberto I e giungendo sino alla Chiesa Madre di Sant'Egidio. Su via Dante si affacciano quelli che erano un tempo i più bei palazzi di Latronico, con i loro portali in pietra lavorata o in marmo del monte Alpi, come sono: quello di via Dante 96, palazzo Arcieri, con stemma e volute e una rosa in ferro battuto; quello di via Dante 124, ex casa Maturi, con fregi floreali e animalistici; quello di via Dante, ex palazzo gesuitico (impropriamente detto ducale), che ha perso ogni connotazione storica in seguito a varie ristrutturazioni, ma che conserva ancora un antico portale in pietra locale, artisticamente lavorato, con nella chiave di volta scolpito in bassorilievo un fregio floreale e la data 1748. In via Dante, e tra i vicoli del centro storico è possibile imbattersi in altri edifici arricchiti da portali in pietra opera di scalpellini locali appartenenti ad una tradizione artigianale che raggiungeva, per la fattura di alcuni pezzi, il valore di un vero e proprio artigianato artistico. La Basilica Pontificia Minore di Sant'Egidio Abate, fu edificata, o meglio ampliata, sui resti di una chiesa già esistenti. La data probabile dell'ampliamento è quella del 1570, quando la statua del Santo, cui la chiesa fu edificata, fu scolpita. Essa crollò in parte a causa dei terremoti del 1837 e del 1857, la ricostruzione fu ultimata nel 1859. L'effetto di quei terremoti è forse alla base della costruzione così come si presenta oggi: bassa e con colonne mastodontiche. L'interno presenta due navate laterali, in quella di destra si apre il corridoio della Vergine SS. Del Rosario, ed ha nel primo cappellone il fonte battesimale. Sulla destra di questa navata si trova un cappellone a parte detto di Sant'Emidio. Nella navata laterale sinistra si estende il cappellone di Sant'Egidio. Sei arcate sostenute da altrettante colonne sormontate da capitelli di stile dorico, formano la navata centrale, che è quasi il doppio delle laterali, e si spinge fino al coro. Il presbiterio si eleva di un gradino sul resto della chiesa, e presenta al centro l'altare maggiore, di forma di parallelepipedo rettangolare avente per pannello, una tavola di bronzo artisticamente cesellata rappresentante il cenacolo. Lateralmente all'altare è situato il coro di legno pregiato, opera dei falegnami locali F.lli Rossi. La volta, a mezza botte è divisa in quadrilateri bordati da cornici di stucco, in mezzo alle quali si trova, in corrispondenza delle singole arcate, un quadro dipinto con affresco rappresentante una scena del vecchio testamento, opera del pittore Sebastiano Paradiso. L'unico altare di pregio è quello del Protettore, lavorato con marmo locale nel 1833, adornato con altro marmo speciale nel 1969. Sulla parete destra della cappella di Sant'Egidio, vi è un affresco raffigurante l'incontro del Santo col Re Wamba, nell'eremo, e sotto al quale si leggono due iscrizioni riguardanti il miracolo della Santa Manna e il ritrovamento da parte del Re e la nutrizione col latte della cerva. Anche le due acquasantiere, poste sulle prime colonne della navata centrale sono state fatte con marmo di Latronico da scalpellini locali nel 1859. La Chiesa di Sant'Egidio fu proclamata Basilica Minore da Pontefice Paolo VI, nel 1971. Alle spalle della Chiesa di Sant'Egidio si estende via Calvario dove, appena all'inizio di essa, si trova un'antica stele eretta nel 1862, sul cui tronco di peitra oltre ad una meridiana è riportata la seguente frase in latino "Ora ne te rapiat hora". Alla fine di via Calvario è possibile ammirare dalle barriere naturali dette "Calanchi", che delimitano sul lato st e nord-est il centro storico del paese, che costituiscono una forma mista di erosione e colamento dei terreni argillosi. Esse si presentano come un ventaglio di creste affilate che, disposte una accanto all'altra, delimitano impluvi stretti e ripidi prodotti dall'incisione della superficie argillosa. La fine di via Calvario rappresenta pure uno dei punti panoramici più suggestivi del paese, da essa è possibile vedere le montagne del Massiccio del Pollino, dei Monti di Lauria, di Colle dei greci, della vallata di Fiumitello e gran parte della Vallata del Sinni. La Chiesa di San Nicola, datata secolo XII, domina il paese e costituisce uno degli edifici più caratteristici del centro storico. È a navata unica con torre campanaria quadrata. L'esterno in semplice muratura, presenta un caratteristico porticato. All'interno, l'altare maggiore è su un piano rialzato rispetto alla platea e presenta il quadro della Madonna della Pietà. Intorno alla Chiesa di San Nicola si sviluppa il complesso labirinto di stradine e vicoli, detti in dialetto "carrare", le quali hanno larghezza di poco superiore o inferiore al metro. Le "carrare", sono per lo più tortuose, ripide, gradinate, originariamente ciottolate e oggi quasi tutte in blocchi di pietra. Ombrose d'estate sono protette in inverno, dai gelidi venti, dalle cortine delle case. Poco distante dalla Chiesa di San Nicola si trova Largo Eleonora Pimentel, il punto più alto del paese e uno dei versanti panoramici più consosi per consentire la fruizione del paesaggio. Insieme a quello di via Calvario, san Vito e Croce di sotto è uno dei punti di osservazione privo di barriere visuali, che offre l'opportunità di una contemplazione del paesaggio in senso assoluto.

Colle dei Greci

L'altura di Colle dei greci, tra Latronico ed Episcopia, presenta una particolare importanza sul piano topografico, in quanto permette uno strategico controllo della media-alta valle del Sinni. Allo stato attuale delle ricerche la vasta area di Colle dei greci sembra essere stata occupata tra VII e V secolo a.C. da piccoli gruppi di stirpe enotria di cui sono note o indiziate diverse aree cimiteriali. Sul colle sono stati dissepolti a più riprese, a partire dal XIX secolo, vasi di tipo greco, statuette, elmi, ambre, bacili in bronzo, spade, pugnali, fuseruole, alari. A Colle dei Greci si arriva per le strade: SS 104 e comunale Ischitelli.

Il Pesce Fossile

Su una grossa lastra di pietra, sopra la contrada Iannazzo e sotto la cava di pietra, a 980 m. di quota, è possibile vedere il fossile di un pesce, lungo dal rostro alle pinne caudali circa 235 cm., alto dalla pinna dorsale a quella ventrale circa 95 cm. Il rostro misura circa 30 cm. Questo fossile segnalato per la prima volta da Ortolani nel 1982 (comunicazione verbale "pesce fossile") e successivamente da Taddei e Siano (1992: cfr xifide), risale a circa 30 milioni di anni fa. Esso costituisce una preziosa testimonianza di un ambiente marino miocenico particolare. Per alcuni anni è stato ritenuto un esemplare della famiglia dei pesce spada, risalente al periodo del miocene (25-30 milioni di anni fa), ma ora gli studiosi sono convinti che si tratta di un Istioforide del genere Makaira, ben noto ai pescatori sportivi con il nome di Marlin, (lo stesso tipo di quello reso famoso da Hernest Hemingway nel racconto "Il vecchio e il mare"). Al pesce fossile si arriva per le strade: SS 104 e comunale Toduro, all'altezza della località Calda.

Le Grotte di Calda

Le cinque grotte site in località Calda costituiscono una testimonianza importante per lo sviluppo della preistoria dell'Italia Meridionale, in particolare il periodo compreso tra il Mesolitico (8.000 a.C.) e l'età del Bronzo (1300 a.C.). la ricerca archeologica a Latronico ha avuto inizio negli anni tra il 1912 e il 1916 ad opera di Vittorio Di Cicco, primo scavatore delle Grotte, e Ugo Rellini al quale si deve la pubblicazione di un lavoro ancora oggi considerato di grande utilità per lo studio dell'Età del Bronzo in Italiua meridionale. Gli studi recenti, condotti dal prof. Giuliano Cremonesi tra il 1970 e il 1988, e ripresi nel 1997 dalla prof. Renata Grifoni Cremonesi, hanno permesso di stabilire la successione delle varie culture e la storia degli antichi gruppi umani che vi ebbero sede, in rapporto allo sviluppo delle civiltà mediterranee. La grotta L 1 è la più nota e la più grande, di tutto il complesso di grotte è stata quella che in tempi recenti ha subito la maggiori devastazioni nella struttura fisica e nel deposito antropico sopravvissuto all'azione di svuotamento che il Di Cicco effettuò nel 1912-13. Gli scavi moderni pur non escludendo del tutto il carattere sacrale della grotta ipotizzato dal Rellini nel 1916, in riferimento al culto delle acque salutari hanno rilevato come la grotta sia stata frequentata essenzialmente come abitazione. La sequenza culturale della Grotta L 1 ricalca in gran parte quella delle serie stratigrafiche delle grotte che le stanno a fianco: Neolitico finale (cultura di Diana), Prima età dei Metalli (culture di Laterza e del Gaudo), età del Bronzo (civiltà Appenninica) con i materiali più cospicui. La grotta L 2 immediatamente a valle della grotta grande, tra questa e la grotta L 4, originariamente doveva essere di dimensioni maggiori. Attualmente appare costituita da una grande sala subcircolare, sulla cui destra si apre un ampio cunicolo. I livelli superficiali hanno restituito abbondante materiale ceramico dell'età del Bronzo. La grotta L 3 è la più a monte del complesso di grotte di contrada Calda. Essa si presenta attualmente come un potente deposito antropico sezionato dall'apertura della strada provinciale 57 e addossato ad una scarpata rocciosa che è quanto resta del fondo di una cavità di notevole profondità ed estensione, progressivamente ridotta a piccolo riparo da una serie di crolli della volta, lontani nel tempo l'uno dall'altro. La grotta L 3 è la prima ad essere frequentata dall'uomo: i livelli basali sono datati intorno all'8000 da oggi (Mesolitico). La grotta L 4 era stata descritta dal Rellini nel 1916 come molto bella per le intatte formazioni calcitiche che presentava al suo interno. La Grotta L 5 è un lembo di deposito addossato ad uno dei grossi massi (quello più a monte) situati di fronte alla grotta L 3.

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I testi utilizzati sono tratti da: Egidio Giordano "Latronico guida turistica e fotografica" 2000 - Egidio Giordano "Cronache di Latronico Folklore,Tradizioni, Cultura" 2002

Le foto sono state concesse dal Prof. Antonio Lofrano